Lo shock petrolifero ha spinto i banchieri a scegliere di nuovo il dollaro
La valuta americana si appresta a chiudere il suo miglior mese da luglio dello scorso anno. Il conflitto armato in Medio Oriente e il conseguente shock petrolifero hanno completamente ribaltato gli scenari di Wall Street, costringendo le grandi banche d’investimento a rivedere con urgenza le previsioni sulla principale valuta di riserva.
L’indice Bloomberg Dollar Spot, che monitora la dinamica del dollaro rispetto a un paniere delle principali valute mondiali, è salito a marzo di oltre il 2%. I fattori che hanno guidato questo rafforzamento senza precedenti sono due: la fuga di massa degli investitori globali verso beni rifugio e un forte calo delle aspettative su un imminente ciclo di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve statunitense.
Per il mercato si è trattato di un ribaltamento drammatico. Alla vigilia dell’inizio delle ostilità, il dollaro registrava il quarto mese consecutivo di calo. Il conflitto prolungato ha colto di sorpresa banche d’investimento e trader che fino all’ultimo avevano scommesso con decisione su un ulteriore indebolimento della valuta americana.
Esemplare è stata la reazione degli strateghi di JPMorgan Chase & Co., che per la prima volta in un anno hanno ufficialmente cambiato le loro previsioni sul dollaro in senso rialzista. Anche sul mercato dei futures, gli speculatori hanno chiuso in massa le posizioni short e aperto posizioni long, sebbene fino a metà febbraio le loro posizioni ribassiste avessero raggiunto i livelli più alti degli ultimi quasi cinque anni. Vale la pena ricordare che appena a gennaio colossi finanziari come Goldman Sachs e Deutsche Bank iniziavano il 2026 con previsioni sicure di indebolimento del cambio, basandosi esclusivamente sulla politica monetaria accomodante della Fed.
Gli analisti ricordano che nel 2025 l’indice del dollaro ha perso circa l’8%. Allora la domanda di valuta era frenata non solo dai tre tagli consecutivi dei tassi Fed, ma anche dalla dura guerra tariffaria promossa da Donald Trump. Ciò alimentò le voci di una possibile fuga di capitali dagli asset denominati in dollari, ma il paradosso fu che gli investitori continuarono ad acquistare titoli statunitensi, semplicemente coprendosi attivamente dal rischio valutario.
Al momento molte società d’investimento preferiscono astenersi dall’aggiornare le proprie previsioni macroeconomiche. La fitta nebbia di incertezza sulla durata della guerra, sui rischi di ulteriore escalation e sulle prospettive di un accordo di pace impone a Wall Street una pausa valutativa.